Immagino Miriam mentre si getta in una delle sue grandi avventure, alla ricerca cioè di emozioni visive, di sensazioni tattili, di oggetti che la sorprendano e la conducano a immaginare le sue nuove creature, quelle che avrebbero potuto essere quadri, sculture, e che invece lei ha scelto di trasformare in cuscini, divani, coperte, tende, poltrone, ma anche borse, o sciarpe, in tutti quegli oggetti senza ambizioni artistiche che danno vita a una casa e individualità a una donna, in sé piccole forme d’arte, uniche, nella loro semplicità formale. Deve essere un grande piacere per lei, tanto da indurla a quel bel sorriso splendente, lasciarsi improvvisamente sorprendere, catturare, da una scoperta casuale: un vecchio tessuto dimenticato, un brandello di tenda reduce da chissà quale lontano trasloco, il bordo di un antico costume di scena, l’ultimo rotolo di una preziosa stoffa d’arredamento, una passamaneria, un nastro, un cumulo di sacchi di iuta abbandonati, cinghie di tapparelle ormai inutilizzabili, un trovarobato accidentale che accende la sua fantasia e che nelle sue mani (che immagino alacri come quelle delle donne che in passato lavoravano a tombolo sulla soglia di casa), si trasformano in gioco, curiosità, decorazione, bellezza. Siamo abituati alle case sottoposte alle mode, sempre instabili, mai veramente personali, arredate secondo, orrenda parola, il trend del momento, lo stilista, o l’arredatore di riferimento. Di solito le signore che si adeguano a queste mode si ritrovano poi sperdute nel loro minimalismo o postmodernismo: mentre altre, ancorate alla vecchia casa intoccabile, si sentono talvolta prigioniere di quella pur amata immutabilità. Certe volte basta un divano, anche solo uno di quei languidi rotoli che fanno pensare agli harem della fantasia ottocentesca, a dare il colore, la grazia, il senso della casa e della sua accoglienza.
Testo di Natalia Aspesi
I imagine Miriam as she throws herself into one of her great adventures, that is, in search of visual emotions, tactile sensations, objects that surprise her and lead her to imagining her new creatures which could have been paintings or sculptures, but which she has chosen to transform into cushions, couches, blankets, curtains, armchairs, and even handbags or scarves, into all those objects with no artistic ambitions that breathe life into a house and individuality into a woman, in themselves, small art forms, unique in their formal simplicity. It must be a great pleasure for her, so great it provokes that wonderful smile, to let herself be unexpectedly surprised and captured by an accidental discovery: an old, forgotten piece of fabric, a scrap of curtain that survived some long ago move, the hem of an ancient theater costume, the last roll of a rare upholstery fabric, a passementerie, a ribbon, an abandoned heap of jute sacks, unusable cords for blinds, an accidental find that fires her imagination and which, in her hands (which I imagine as quick and deft as the ones of the women of the past who worked at bobbin lace sitting outside on their doorsteps) are transformed into games, curiosities, decorations, beauty. We are used to houses subjected to fashion, terribly unstable, never truly personal, houses decorated according to – horrible expression – the fad of the moment, the in stylist or decorator. Usually the women that acquiesce to these fashions find themselves lost in minimalism or postmodernism, while others, anchored to the untouchability of their old houses, at times feel like prisoners of that beloved immutability. Sometimes just a couch, even one of those languid cushions that make one think of harems of 19th century imagination, is sufficient to give color, grace, a sense of the house and its warmth.
Text by Natalia Aspesi
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